Nel gruppo di Torino, sì. Ho partecipato alla Primavera Rumorosa dell’aprile 2025, e lì ho effettivamente conosciuto meglio le persone del gruppo, quindi ho iniziato a fare qualche azione. Io tendenzialmente quello che ho fatto all’inizio è stato fare tante formazioni per capire in che movimento stavo entrando, scoprire un po’ come funzionava eccetera, e poi partecipare alle azioni.
Ho scelto XR come movimento anche perché avevo voglia di fare cose fisiche — di essere, proprio di mettere il mio corpo come strumento per una lotta, per una denuncia, per fare delle richieste e delle rivendicazioni molto specifiche. Sentivo che più che altri movimenti poteva essere quello giusto per me in quel momento. Non ho tanta voglia di fare divulgazione, ad esempio — non è una roba che mi chiama, che mi interessa fare adesso. Sicuramente è importante che ci sia qualcuno che lo faccia, ma non sono io la persona.
Quindi avevo voglia proprio di mettere il mio corpo, e non vedevo l’ora di fare delle azioni. A Roma ne ho fatte due o tre — molte meno di quante avrei voluto perché avevo degli spettacoli i primi giorni di mobilitazione, spettacoli a Firenze con la compagnia, quindi dopo gli spettacoli ho raggiunto le altre a Roma. E dopo quell’esperienza ho proseguito, sempre in modo un po’ confuso e altalenante — esserci a volte tanto e a volte poco in base a dove stavo nel mondo.
In più, da luglio 2025 ho lasciato casa a Torino e sono nomade da quel momento, per cui a volte non sono fisicamente lì e faccio molta fatica a seguire le cose online. Avevo provato a inserirmi in un gruppo di lavoro per aiutare in alcune cose specifiche, ma non ci stavo dietro e quindi ho abbandonato dopo poco. Avevo iniziato a far parte di un gruppo di affinità con l’obiettivo di pensare e proporre delle azioni dirette non violente, ma sia io che le altre persone eravamo in un momento di tante cose eccetera, e alla fine quel gruppetto si è sciolto.
Per cui la mia presenza in XR è un po’ da latitante. La cosa che mi capita di fare è rilasciare interviste dopo delle azioni che avevano attivato l’attenzione su determinate cose, piuttosto che — adesso mi hanno chiesto di scrivere un discorso per un festival dove hanno chiesto la voce di XR. Quindi faccio cose sparse.
E poi mi piacciono le azioni adrenalinaiche — mi piacciono le azioni in cui non si passa inosservate, mi piace la disruption. In quelle mi metto a disposizione sicuramente per farle, e mi è capitato anche di aiutare a pensarle. Adesso vedremo cosa succederà dopo questo decreto sicurezza, che cambierà sicuramente tanti equilibri. In questo momento sono stata poco a Torino e ho partecipato a poche plenarie e pochi momenti di confronto in generale, per cui non so bene in che direzione si andrà da questo punto di vista. L’ultima azione che ho fatto io era una manifestazione preavvisata in questura — cosa che penso fosse la prima volta nella storia di XR a Torino, quindi vedremo.
Ti faccio le ultime due o tre domande, anche abbastanza rapide. Qual è un po’ l’ottica per il futuro, in relazione a questa reazione da parte delle istituzioni politiche — il decreto sicurezza, l’utilizzo delle forze dell’ordine come forma di repressione di determinate attività e manifestazioni? Come la vivi anche emotivamente? È qualcosa che ti ferma, o ti stimola ancora di più ad agire?
Me l’ha chiesto anche un’amica che ho visto ieri che non la vedevo da un po’ — mi ha chiesto “come va, come ti stai vivendo questa cosa?”
L’ultima azione, quella preavvisata, a me non aveva alte aspettative — non mi piaceva il fatto che fosse preavvisata, mi sembrava un po’ un “ci stiamo arrendendo a questa cosa”. E quindi mi dispiaceva, e non pensavo potesse essere particolarmente d’impatto. Poi in realtà è andata bene ed è stata anche molto tranquilla emotivamente. E infatti quando è finita ho detto: “forse in realtà ne avevo bisogno, di fare un’azione tranquilla emotivamente.”
Perché io, da Roma fino a febbraio, nonostante abbia fatto un po’ di azioni, mi son capitate azioni dove o non ci chiedevano i documenti, o li richiedevano ma poi non arrivava nulla — anche a Roma, poi non si sa mai, però per il momento non sono arrivate denunce per quello che ho fatto io. Quindi ero sempre lì nella voglia di fare cose sempre più “rischiose” tra virgolette.
Fino a che tra febbraio e marzo, nel giro di tre settimane, da zero sono arrivate tre o quattro denunce, un daspo, una multa, un foglio di via — tutto insieme. E quindi — alcune cose me le immaginavo: il foglio di via lo sapevo, e sinceramente non mi tocca così tanto perché è di un comune dove non ho bisogno di andare. Sapevamo che ce l’avrebbero dato. Era riguardo all’azione durante le Olimpiadi al Forum di Assago — sapendo che Assago è un comune diverso da Milano, avevamo detto “ma sì, andiamo al Forum, tanto chi se ne frega del foglio di via ad Assago”. Quindi avendo una preparazione al fatto che sarebbe successo, dici “boh, so a cosa vado incontro.”
Invece abbiamo fatto un attacchinaggio a Torino, e quello ha avuto delle conseguenze che non ci aspettavamo per niente, perché è un attacchinaggio super tranquillo in teoria, super semplice — cioè, anche se ti vedesse la polizia ti dice “boh, vai a casa”, ti sequestra le cose magari, così. Invece in quel caso è stata pesante emotivamente: abbiamo passato tre ore al freddo con la polizia che ci ha fatto mille domande illegittime, mille cose. Non siamo riuscite a fare il video perché continuavano a dirci di mettere via i telefoni, quindi abbiamo fatto delle registrazioni, però a livello di tutela non ci sentivamo super tranquille perché non avevamo la possibilità di testimoniare davvero quello che stava accadendo.
E vabbè, è finita con un po’ di denunce — e c’era anche una persona che era alla sua prima azione con XR, quindi eravamo anche tutte preoccupate. Un attacchinaggio dovrebbe essere tranquillo, invece ti ritrovi in una situazione in cui vedi veramente un abuso di potere, una polizia che si mette in una posizione volutamente arrogante.
E quindi lì — ovviamente c’è la difficoltà di stare in quella situazione e viversela cercando di farlo meglio possibile. Un po’ la rabbia, perché dici “non è, questa è veramente spropositata la reazione per un gesto semplice e simbolico”. Perché poi gli attacchinaggi si fanno con acqua e farina — stacchi il foglio e non è rimasto niente. Non è un’azione particolarmente forte — oltretutto la sera, senza dare fastidio a nessuno, senza rallentare nessuna attività della via.
Quindi quella cosa lì, siccome era inaspettata ed è stata sicuramente spropositata — anche il foglio di via è spropositato, però ce lo immaginavamo, invece in questo caso no. In più la polizia è arrivata perché è stato un signore a chiamarla. Quindi anche la delusione, e la rabbia, e non so — anche vedere che ci sono persone che non solo non sono d’accordo con quello che facciamo, ma proprio vogliono punirci. Perché se arrivi a chiamare la polizia — c’era un signore che ci aveva inseguito per un isolato insultandoci, e noi abbiamo evitato il confronto perché non sarebbe andata bene, quindi abbiamo fatto finta di niente e proseguito per i fatti nostri. Dopo mezz’ora è arrivata la polizia. È stato un po’ triste.
Mi rendo conto che ha avuto un impatto emotivo un po’ più forte rispetto alle altre volte, agli altri incontri che ci sono stati con le forze di polizia. Soprattutto perché non me l’aspettavo, e perché era spropositato.
Detto questo, adesso ho fatto quell’azione tranquilla, quella preavvisata, che comunque mi sembra abbia avuto la sua visibilità e che come azione sia andata bene, e quella sicuramente mi ha fatto bene — mi ha fatto prendere una boccata d’aria e dire “okay, si possono trovare i modi per fare le cose.”
E mi ha fatto molto arrabbiare e rendere conto che, per questo fatto di essere passata da zero a tre denunce eccetera, inconsciamente mi ero un po’ data una regolata — tipo “adesso con calma le cose, e magari il prossimo attacchinaggio non lo faccio.” Che poi fa ridere, perché è veramente la cosa più semplice del mondo quella che alla fine mi ha messo più in difficoltà — ma per la reazione che c’è stata, non per l’azione in sé.E quindi in realtà dopo quell’azione tranquilla che mi ha dato un po’ da boccata d’aria e rasserenamento, adesso è più forte la rabbia e la cosa di dire “non è che possiamo smettere — anzi, c’è ancora più motivo per fare cose, per fare azioni, per portare dissenso.” E quindi spero che, come gruppo, con il supporto di un sacco di avvocati che in questo periodo si stanno molto dando da fare per sostenere vari movimenti anche a livello legale, si troverà il modo per tutelarsi e allo stesso tempo continuare a fare cose che penso siano importanti.
Bene, grazie. Mi pare — ti faccio l’ultima domanda, perché sono interessato a capire: sia in un’azione diretta non violenta che a teatro, che cosa significa mettere il proprio corpo come mezzo per provare a realizzare un cambiamento?
È una domanda interessante. Mi sono resa conto in questi mesi che ho molta paura di farmi del male fisico — alle azioni di Extinction Rebellion, ad esempio, preferisco arrampicarmi su un ponte, calarmi da un ponte — perché sono io che ho controllo su quello che faccio — piuttosto che incatenarmi a un cancello, perché se la polizia mi tira mi faccio male. Quindi sì, mi preoccupo molto di come sta il mio corpo, proprio perché lo uso tanto anche per lavoro, anche nella performance e nel teatro. Quindi faccio veramente attenzione — ma anche banalmente se vado a ballare il pogo mi spaventa, perché non ho voglia di rischiare di farmi male. Anche una cosa piccola, anche una distorsione a un dito, è problematica se poi la settimana dopo ho uno spettacolo di giocoleria o devo fare Voci oltre i muri — e avevo preso una storta ed è un problema, perché siamo un’ora in scena e la mia caviglia deve stare bene.
Quindi mi preoccupo molto — e allo stesso tempo, dal mio punto di vista, il corpo è la cosa più potente che abbiamo. È il mezzo comunicativo più forte. Non è un caso che facciamo teatro fisico e non teatro di prosa — non usiamo solo la voce, ma usiamo i nostri corpi insieme alla voce, che è parte del corpo. E quindi per me è un mezzo potente.
Ed esserci fisicamente — che poi è anche la rilevanza, l’importanza di essere a una manifestazione, di essere in tante. Quando diciamo “una persona più una meno non cambia molto”, in realtà facendo questo ragionamento a livello esteso cambia un sacco. Il corpo crea — insieme ad altri corpi — un gruppo, una comunità. E per me, forse sempre per lo stesso motivo, è molto difficile fare le cose online e le soffro molto, perché ho bisogno del rapporto visivo, di corpi anche a contatto o comunque a distanza ravvicinata.
E quindi in questo senso — anche la presenza fisica di attiviste vicino alla presenza fisica di un’enorme quantità di persone in divisa a volte fa un certo effetto. E anche la postura che hai in quel momento — come stai, come ti poni. Ad esempio, nel metodo che usa XR dell’azione diretta non violenta, si fa sempre la resistenza passiva. Il corpo è letteralmente quello: se ti fai portare via, è comunque per rallentare il momento, per stare lì il più tempo possibile, per far vedere che “sì, sono convinta della mia idea, però non ti sto facendo del male, non sto agendo violenza.” Però questo non significa che la mia posizione non sia forte, e non significa che mi faccio dire da te cosa dovrei fare — perché voglio che arrivi anche la mia voce. E la mia voce è il corpo, a volte.
E in teatro, il teatro fisico è in realtà un approccio al teatro che parte dall’attenzione, dallo studio del corpo e del movimento, prima che dalla voce. E dall’osservazione del fatto che sul palcoscenico c’è sempre un corpo, c’è sempre una dinamica fisica, c’è un movimento. Quindi quello che arriva allo spettatore non è solo la voce usata per interpretare un personaggio, ma è prima di tutto come è fatto fisicamente il mio personaggio, come sta sul palco, come interagiscono i corpi tra di loro.
Quindi sì — io soggettivamente lo trovo molto potente come strumento. E sicuramente il fatto di usare il corpo sia per lavoro — e nel lavoro c’è comunque una presa di posizione politica, perché i lavori che facciamo come compagnia, e che faccio anche io come persona singola, praticamente sempre hanno dei riferimenti a tematiche politiche — sia nell’attivismo, diciamo volontario. La grande differenza che vedo è quella: perché si parla sempre di politica, solo che in un caso l’obiettivo è che venga riconosciuta come una professione, e nell’altro invece è attivismo. Quindi a livello gratuito — però è sempre il corpo che muove, e che mi muove anche nel decidere di fare una cosa: di scendere in azione, di andare sul palco, di fare una formazione di danza piuttosto che fare un’azione performativa.
Un’azione performativa è una roba che mi piace molto e che ogni tanto faccio con Extinction Rebellion: sono le Red Rebel Brigade, una performance in cui utilizzi proprio il tuo corpo — senza bisogno di troppi altri elementi, solo il corpo e l’espressività di simboli e gesti molto codificati e specifici — per raccontare un’emozione, per raccontare una storia, per portare una denuncia. E per dare fastidio, perché poi è assurdo, ma anche le Red Rebel Brigade — che sono semplicemente persone vestite di rosso che camminano molto lentamente — danno fastidio. Ci sono delle reazioni tra le persone, a volte anche non positive, di disaccordo. E in realtà non lo so, forse è bello che esca anche quello — per me è una cosa preziosa riuscire a dare fastidio anche senza ricorrere ad azioni più forti, più d’impatto.
Sì, come quello che può essere appunto un blocco stradale.
Esatto.
Sì, è quasi più una dirompenza culturale… comunque immagino che vedere un gruppo che si muove in quel modo sicuramente scombussola lo spettatore — è qualcosa di atipico che fa pensare, che scaturisce qualcosa. Grazie mille, è stata una bella intervista.