Allora ti spiego brevemente di cosa si tratta questa intervista e ti chiedo il consenso a partecipare, che mi puoi dare verbalmente. Questa intervista fa parte del progetto Interfaced, un progetto finanziato dalla Commissione Europea che studia come la cittadinanza ha partecipato alla politica dopo il Covid-19. La ricercatrice principale di questo progetto è la dottoressa Veronica Davidov dell’organizzazione Edgeryders. La conversazione verrà registrata e pubblicata con uno pseudonimo sulla piattaforma online di Edgeryders, dove verrà analizzata insieme a quelle delle altre partecipanti. Il tuo nome reale non apparirà da nessuna parte, la partecipazione è completamente volontaria. Questo significa che puoi interrompere in qualsiasi momento o ritirare anche il tuo consenso dopo l’intervista, in qualsiasi momento, senza alcuna conseguenza, contattando me o la ricercatrice all’indirizzo veronica@edgeryders.eu. Confermando di voler partecipare dichiari anche di avere più di diciott’anni. Sei d’accordo a procedere?
Sono d’accordo. Vai. E confermo di avere più di diciott’anni.
Questo va chiesto, ma poi prima o poi arriverà un’intervista in cui qualcuno dirà di no… daje, bene, grazie. Allora, se ti va, iniziamo a riscaldarci un po’: qual è il tuo primo ricordo di aver partecipato alla politica in qualche modo? Se vuoi puoi anche riferirlo in particolare all’attivismo, a quello che tu ritieni essere attivismo.
Allora, potrei dimenticare qualcosa di precedente, ma per me il primo ricordo chiaro è stato l’aver organizzato ad Acqui Terme — che è dove andavo a scuola — il corteo del Fridays for Future. Non il primissimo grande, perché comunque Acqui Terme è una cittadina piccola e non c’era così tanta gente che si era mobilitata, ma al secondo — quello a Torino era stato enorme, forse quando c’era Greta Thunberg, o comunque quel periodo lì di cortei e di scioperi. Noi abbiamo organizzato due ad Acqui: il primo è stato molto partecipato, il secondo era già passata la moda e purtroppo è stato difficile mantenere alta l’attenzione.Però quello è stato un po’ il mio primo approccio. Acqui Terme essendo anche una cittadina piccola — alla fine 20.000 abitanti — è abbastanza piccola. In realtà eravamo anche state — io e altre ragazze con cui avevo organizzato — in comune, abbiamo parlato con l’assessore all’ambiente, quindi sembrava una cosa importante. Dopodiché non è cambiato niente, ovviamente, perché noi avevamo 16-17 anni, e poi col Covid si è un po’ scesa la voglia di fare cose insieme. Come esperienza Fridays for Future ad Acqui Terme è durata molto poco, e poi mi sono trasferita anche a Torino. Ho fatto altre cose, ho preso altre strade, però quello direi che è stato il primo — la prima cosa che sento di aver fatto anche proprio in prima persona, perché è nata un po’ da me e da due amiche la volontà di dire “boh, facciamolo anche qua”. Sarà stato il 2018, credo.
E come mai queste motivazioni di fare qualcosa legato alla crisi climatica, alla crisi ecologica?
In quel momento specifico era l’argomento più in voga — adesso ce ne sono altri che vanno più forte. In quel momento c’è stato tutto il movimento che è partito dagli scioperi davanti a scuola di Greta Thunberg, che poi ha mobilitato e fatto molta empatia tra coetanei, e quindi c’è stata tanta mobilitazione.A me, arrivando anche dalla provincia, da posti di fatto — non sono cresciuta in città dove non si respira, sono cresciuta tra le vigne e i campi — però comunque si respira, si sente quando c’è qualcosa che non va. Forse è ancora più evidente: tendenzialmente l’aria è più pulita, però nel periodo di primavera, con diserbanti eccetera, inizi a vedere queste colline che da verdi diventano arancioni, perché molti agricoltori non prestano attenzione e sono convinti di fare come è sempre stato fatto — anche se non è vero, ovviamente, perché da un certo punto in poi si è iniziato a utilizzare praticamente dei veleni. Prima, storicamente, all’inizio queste cose non esistevano, quindi in realtà non è “come è sempre stato fatto” — ma un po’ questo è quello che si racconta nei paesi, purtroppo. In quei momenti si nota molto anche nei paesi questa differenza, così come si nota quando c’è un trattore vecchissimo o macchine molto vecchie che in città non possono più circolare ma nei paesini sì. E quindi lo senti proprio dall’odore che sta inquinando in modo diverso dal normale. E soprattutto si nota quando vai in una città e dici “cavoli, ma qua come fa la gente a vivere, non si respira!” — che è stata anche la mia impressione trasferendomi a Torino all’inizio. E poi purtroppo ti abitui e non ci fai più caso e pensi che sia normale, però si sente la differenza nell’aria, si sente tante volte anche la differenza nell’acqua in città.Quindi sì — in cose piccole ma della vita quotidiana. Per noi iniziare a portare il discorso anche ad Acqui era un po’ il dire: “non è che se siamo una cittadina piccola allora dobbiamo fare finta che il problema non ci sia anche qui.” E in realtà le nostre richieste all’inizio, nei confronti del comune e dell’assessore all’ambiente in particolare — con cui avevamo avuto più a che fare — erano state proprio pratiche e concrete: aggiungere o riaprire fontanelle comunali che non si sa perché erano chiuse; avevamo chiesto che alle macchinette delle scuole, anziché avere tutto nella plastica monouso, si valutassero delle alternative — sia le macchinette del cibo che quelle del caffè — avere magari il bicchierino in materiale diverso anziché la plastica peggiore. Fare una valutazione di un cambio di materiali su quello che veniva distribuito. E così dare l’acqua gratuitamente e pulita nella scuola anziché dover riempire la borraccia in bagno. Un po’ queste cose qui — di fatto cose della vita quotidiana, che poi sappiamo non sono la risoluzione di tutti i problemi, però che comunque hanno un impatto. E in quel momento sembravano anche cose facili da cambiare. Quindi sì, in realtà è nato da questo, da cose della vita quotidiana, da lì dove vivevano tutte le persone — anche quelle che vivono in un paesino di 300 abitanti e vanno a scuola in una cittadina di 20.000.
Facendo, organizzando attività ed eventi e sperando di avere un risalto pubblico — siete riuscite a parlare con l’assessore, se non sbaglio. Avete visto un impatto di quello che organizzavate? Nel senso, c’erano delle richieste molto specifiche, molto utili nella quotidianità delle persone — c’è stata una risposta da parte di chi di dovere?
Allora, non soddisfacente. Nel senso che, ad esempio, riguardo l’acqua pubblica nelle fontanelle — ce n’erano parecchie chiuse — l’unica cosa che è stata fatta dal comune è stata aggiungere, o riaprire, una fontanella all’interno del cortile del comune. Va benissimo, per carità, però è aperta solo quando è aperto il comune, quando sono aperti gli uffici. Quindi spesso non c’è la possibilità di accedervi. È stata l’unica azione concreta.Poi avevamo anche organizzato — era una sorta di swap party prima che diventasse di moda — avevamo portato oggetti che anziché essere buttati si potessero scambiare. Scusami — però sì, non c’era stata una reale dimostrazione di interesse ad apportare modifiche più strutturali. Ad esempio, tutte le richieste che avevamo fatto nei confronti della scuola — portare semplicemente le fontanelle d’acqua a scuola — non erano mai state ascoltate, forse. C’era stato spazio di dialogo, ma poi non c’era stata una reale azione conseguente.In realtà avevamo avuto più di un incontro sia con l’assessore che con il sindaco del comune — proprio un giorno, se non ricordo male, dopo il corteo, il giorno stesso, alla fine del corteo eravamo state in comune, con sindaco e tutta la giunta o alcune persone della giunta. E invece con l’assessore all’ambiente avevamo avuto un dialogo più frequente. Però boh — sì — loro facevano la bella faccia ad ascoltare gli adolescenti che chiedevano cose, però non è che realmente se ne siano molto preoccupati.
Cosa ti viene in mente quando senti la parola “politica”? Quali sono le dimensioni che ritieni politiche? Cos’è per te la politica?
Dunque, per me la politica è più o meno tutte le scelte che facciamo nella vita. Forse qualche anno fa ti avrei risposto diversamente, però crescendo, e anche conoscendo altri ambienti e scoprendo nuovi modi di fare attivismo e nuovi gruppi, sempre di più la mia interpretazione del termine “politica” si è spostata proprio dalla politica partitica alla politica delle persone reali — delle cittadine e dei cittadini. E quindi forse ora ti direi: la condivisione degli spazi pubblici, il creare assemblee, creare spazi di confronto e portare tematiche in qualsiasi modo — che sia attraverso lotte più esplicite, proteste, cortei, manifestazioni, o che sia attraverso il teatro, il cinema, la pittura, o che sia attraverso delle letture nelle biblioteche, con le scuole — qualsiasi cosa può essere politica. Sì, questo.
Che tipo di attività politiche hai realizzato? Hai parlato di aver iniziato a organizzare attività con Fridays for Future — che cosa hai fatto poi negli anni, in linea di massima ovviamente?
Allora, a livello di attivismo, dopo la parentesi del Fridays — che è durata fino al Covid — in realtà anche durante il Covid abbiamo organizzato delle presentazioni online con persone competenti riguardo varie tematiche legate all’ambiente. Abbiamo organizzato questi incontri aperti per le persone che più o meno ci sembrava di aver coinvolto durante l’anno precedente, tra i cortei eccetera. E avevamo anche fatto qualche incontro nelle scuole. Ad Acqui Terme ci sono due istituti superiori — uno che raggruppa tutti i tecnici e uno che raggruppa tutti i licei, praticamente. Poi c’è anche il professionale, ma non eravamo entrate troppo in contatto con loro. Invece questi due istituti grandi ci avevano lasciato lo spazio di fare degli incontri durante l’orario scolastico, portando esperti del settore, donandoci un paio di ore di lezione per dedicarla a questo.
Quindi avevamo un po’ cercato di continuare durante il Covid, con risultati modesti, nel senso che comunque era difficile — si passavano già tante ore in call per scuola, per lavoro — e dedicare ancora più tempo al computer per ascoltare qualcuno che parla sull’ambiente forse non è facilissimo, se non ti interessa la tematica nello specifico. Altrimenti è un po’ difficile coinvolgere un grande numero di persone.
Però sì, avevamo fatto questo. E dopo il Covid, andando a Torino, dal punto di vista dell’attivismo non ho più fatto nulla per un bel po’. Ho fatto una scuola di teatro, che è un ambiente abbastanza politicizzato — ovviamente dipende da chi ci passa, dalle classi, non è sempre uguale — però comunque è un ambiente abbastanza florido di confronto, banalmente. E durante il secondo anno di scuola ho iniziato ad avere un confronto con alcune persone che frequentavano la stessa scuola, perché abbiamo iniziato a lavorare a uno spettacolo che ha come grande cappello il transfemminismo e come sottotematica altrettanto importante la psichiatrizzazione — e quindi diciamo che da lì abbiamo iniziato a fare dei discorsi, e per me è stato proprio scoprire un nuovo ambito totalmente, che non era quello dell’ambiente ma quello del femminismo e del transfemminismo, che non conoscevo per nulla. In provincia non mi sembrava fosse particolarmente toccato — non avevo avuto occasione di incontrare persone che se ne occupassero.
E invece — non a livello di movimenti strutturati, ma noi che stavamo facendo uno spettacolo e ci interessavamo alla tematica — abbiamo fatto molti discorsi. In questo gruppo di persone c’erano alcune ragazze che avevano fatto studi accademici a riguardo: ci sono tre persone della compagnia che hanno scritto tesi di laurea che hanno a che fare con il transfemminismo o comunque con un’ottica transfemminista — alcune più teoriche, altre più applicate a una tematica specifica. Quindi mi sono ritrovata a parlare con persone che effettivamente ne sapevano, e io non ne sapevo nulla. È stato un bel momento di incontro e di crescita.
Da lì, col tempo, ho iniziato a vedere spettacoli teatrali sulla tematica, a leggere cose di cui prima non sapevo l’esistenza, e il mio interesse è diventato a un certo punto un po’ monotematico, perché ero nel momento della scoperta. Quindi, dopo che abbiamo fatto l’anteprima dello spettacolo — Voci oltre i muri — abbiamo iniziato a portarlo in giro, con tempistiche all’inizio non frequentissime perché eravamo ancora dentro la scuola, e poi sempre di più. E man mano che lo facevamo si creavano sempre più spazi di condivisione tra di noi. In più il mondo cambia, e quindi lo spettacolo un pochino segue il mondo che cambia — c’è una parte specifica che riscriviamo praticamente ogni volta che andiamo in scena.
Perché?
Perché è uno spettacolo che ha come grandi tematiche il transfemminismo e l’antipsichiatrizzazione, però poi ci sono un po’ di accenni a un sacco di cose che succedono nel mondo. C’è una parte che riprende sempre l’attualità in senso più ampio — c’è il momento in cui si parla delle notizie del mondo praticamente. C’è stato il momento in cui si parlava del Board of Peace, c’è stato il momento in cui si parlava di Alfredo Cospito e del 41 bis, c’è stato il momento in cui si parlava dei manganelli e della polizia che esercitava violenza nelle piazze. Quindi in base alle notizie più fresche e quelle che ci interessa riportare
(breve interruzione tecnica)
Del tuo impegno contro la crisi climatica e anche su altri temi di attualità — noti un filo conduttore tra questi temi, tra queste questioni? Perché l’impegno su cose che sembrano anche molto diverse tra loro?
È stata una domanda che mi è passata in testa per un po’ di tempo, soprattutto quando ho ripreso a impegnarmi riguardo la crisi climatica entrando in XR, ma facendo parte anche di una compagnia transfemminista, e dicevo “ma dove sta il legame tra queste cose che mi interessano, che mi toccano e che mi sembra sensato che siano parte della mia vita in qualche modo?”
La risposta che ho trovato — che non è mia, ma quella che mi risuona — è che tutte le lotte nascono da un sistema oppressivo, da un’oppressione. Così come l’essere umano sta sfruttando la terra e le disponibilità della terra — e di conseguenza mettendo in difficoltà anche noi stessi, esseri umani, che siamo terra alla fine in qualche modo, facciamo parte di questo stesso ecosistema che stiamo mettendo in crisi — allo stesso modo il sistema patriarcale agisce uguale. C’è sempre un oppressore che sfrutta un oppresso, che sia l’essere umano nei confronti della terra, che sia il sistema patriarcale — che poi non è solo l’uomo sulla donna, è molto più complesso ovviamente, però ci sono soggetti che vivono l’oppressione e c’è un sistema che è a favore di pochissime persone. In realtà io non credo neanche che sia davvero a loro favore — ma loro pensano che lo sia. C’è l’illusione che questo sistema sia a favore di qualcosa o di qualcuno.
Quindi il capitalismo stesso — pensiamo di non poterne uscire, però stiamo subendo tutte le conseguenze. E quindi un po’ ogni lotta è connessa a tutte le altre. Ma questo a livello più astratto — anche a livello concreto ci sono un sacco di studi che hanno visto che alcune soggettività femminilizzate sono più fragili ai cambiamenti climatici, le popolazioni povere sono più vulnerabili riguardo ai cambiamenti climatici. Avevo letto una cosa assurda che non avevo mai pensato: da quando la siccità in alcuni paesi dell’Africa è aumentata esponenzialmente, le donne — che sono quelle che vanno a cercare l’acqua — devono fare molti più chilometri per trovarla, molta più fatica per trasportarla, devono passare più ore fuori, e passando più ore fuori sono più esposte agli stupri. Statisticamente, aumentando la siccità sono aumentati anche gli stupri in certe zone — ora non ricordo esattamente quali paesi fossero, ma dell’Africa subsahariana dove c’è molta siccità. Quindi anche cose pratiche e quotidiane sono super interconnesse le une con le altre.Così come in questo momento di genocidio in Palestina — oltre tutte le persone che sono morte e che stanno morendo — lo sfruttamento della terra è a un livello così alto che sarà difficilissimo recuperare delle zone e renderle di nuovo coltivabili. Quindi anche lì, alla crisi umanitaria si aggiunge la crisi climatica, che è sia attuale ma sia mette in difficoltà una eventuale ripresa futura. Quindi alla fine tutto è sempre connesso. E per questo a volte è un po’ frustrante non potersi occupare di tutte le cose che succedono nel mondo, però penso che ci siano alcune cose che ci toccano di più per chissà quali motivi, e quindi un po’ si seguono quelle.
Grazie. Hai anche menzionato che hai ripreso a fare attivismo ambientalista tramite XR — ti va di dirmi brevemente che cosa fai, quali attività realizzi, com’è il tuo impegno?
Sì, dunque io in realtà ho iniziato a entrare in XR un anno e poco più fa — ad interessarmene da un anno e mezzo abbondante — però avendo una vita molto piena e confusa ho fatto un po’ fatica a inserirmi nel gruppo veramente, ci ho messo un po’ di tempo.
Il gruppo di Torino?