Difendere diritti donne migranti ai tempi del covid

Tiziana Dal Pra è un’attivista femminista italiana con una lunga e pioniera esperienza nella lotta contro la violenza di genere, in particolare sui femminicidi d’onore e i matrimoni forzati e combinati.

È stata tra le prime in Italia a lanciare l’allarme su questi fenomeni, sviluppando azioni concrete di protezione delle vittime e una costante attività di formazione per operatori e operatrici sociali.

Attraverso il suo lavoro ha fornito strumenti pratici per affrontare situazioni di violenza, tutelando la vita e i diritti delle donne, nel rispetto della loro autonomia e senza forme di controllo.

La sua expertise si concentra sulla complessità di questi temi, sul ruolo delle comunità di appartenenza e sul sostegno alle donne che scelgono di allontanarsi dalle dinamiche familiari oppressive, anche nei percorsi all’interno delle case rifugio.

Oggi continua a tenere formazioni specializzate, collaborando con cooperative sociali, centri antiviolenza e istituzioni per sensibilizzare e prevenire ogni forma di violenza sulle donne.

INTERVISTATORE:

Prima di tutto: come è iniziato il tuo impegno attivo nella causa che persegui tuttora? E come è cambiato durante il Covid e come ha impattato sulle tue attività?

TIZIANA:

Allora, il mio impegno di attivismo reale, di pratica reale, è stato mio come femminista.

Io sono una donna che ha cominciato a occuparsi praticamente, nella pratica, delle disuguaglianze di genere, già quando ero molto piccola. Ero militante di Lotta Continua quando avevo 15 anni. Tutto questo con l’impianto politico che avevo allora, anche di appartenenza mista, ha avuto una trasformazione nel momento in cui, tardivamente, tra la fine degli anni ’90 e la metà degli anni ’90, ho incontrato donne che all’epoca si definivano “donne straniere” e che cominciavano a essere visibili, non come oggi, ma visibili nei luoghi in cui vivevano. Nel frattempo vivevo a Imola.

Nel 1997, dopo un percorso di aiuto e corsi di italiano, insieme anche ad altre donne, eravamo in 14, di cui quattro donne straniere, ho fondato Trama di Terre.

Lì è stato il luogo in cui ho vissuto per 23 anni della mia vita, proprio quotidianamente, dove ho potuto praticare la mia idea di femminismo e una logica interculturale di genere.

Cosa vuol dire? Vuol dire tentare di modificare insieme a queste donne sia un aspetto della visione della società che avevano loro, sia modificare anche un approccio, chiamiamolo di convivenza, ma non è solo convivenza, è interazione con le donne italiane della città.

Poi questo progetto si è allargato molto negli anni. Adesso sono, a tutti gli effetti, una formatrice interculturale di genere e il mio passato mi porta ad avere sempre contatti con donne di origine straniera. È una cosa che, se mi ha arricchito in quegli anni, oggi mi arricchisce ancora di più, perché oggi siamo, in parte, tornati indietro. E bisognerebbe rifare le cose che avevamo fatto 25 anni fa.

INTERVISTATORE:

E durante il Covid? Ha cambiato le modalità, la motivazione, oppure quello che hai dovuto affrontare nella tua pratica?

TIZIANA:

Ci ho pensato molto in questi giorni.

Devo dire che, avendo visto negli anni anche la solitudine delle donne migranti e il fatto che molte, già negli anni del Covid, erano già sotto una forma di chiusura nelle case e che per poter comunicare con loro spesso ci si inventavano formule completamente diverse, perché magari gli uomini, la famiglia o la comunità le controllavano molto di più.

Per cui, secondo me, per l’esperienza che ho visto in quel periodo, si è agito col Covid in maniera abbastanza uguale.

Per assurdo, tra virgolette, erano già abituate all’isolamento.

Mentre per le donne italiane c’erano comunque telefono, email, strumenti di comunicazione.

Per le donne migranti, invece, molte erano già in una condizione in cui uscire era difficile: accompagnare i bambini a scuola, muoversi, fare piccoli spostamenti.

E secondo me è stata una perdita di libertà.

Se c’erano possibilità di avere spazi, anche minimi, visto che molte non lavoravano, il Covid li ha tolti.

Per cui ci ho proprio riflettuto: secondo me ha sancito una sorta di semi-uguaglianza nella modalità.

Perché tutti chiusi.

Ovviamente anche per le donne italiane il Covid è stato tremendo.

Poi, se vuoi, ti posso dare un altro contatto di una persona di Bolzano.

Però nei piccoli luoghi, non solo grandi città ma anche paesi di montagna o della Bassa Romagna, o ora nella zona tra Rimini e Savignano sul Rubicone, dove vado spesso a lavorare, la situazione è questa.

Ci sono donne che non avrebbero dove andare comunque, anche senza Covid.

Magari una passeggiata la possono fare vicino casa, ma non molto di più.

Quindi, secondo me, non è cambiato moltissimo.

Il Covid ha semplicemente reso universale una condizione che già esisteva.

Certo, essere chiuse con un uomo accanto, violento o non violento, o con un compagno comunque presente, cambia molto.

Ma non possiamo parlare delle donne migranti solo come vittime, questo è importante.

Però per quella fase, secondo me, è stato così.

E poi, se ci pensi, anche tutto il discorso del “fare il pane in casa”, “cucinare”, “riscoprire la quotidianità”… per molte donne era già la normalità.

Cioè, c’è una parte sociale che viveva già così.

Non va tutto letto solo attraverso la violenza.

INTERVISTATORE:

Una cosa simile l’ho sentita da alcune donne bangladesi nella mia città…

TIZIANA:

Esatto, vedi? Anche loro raccontano questo: “sempre in casa”, “sempre con il marito”.

E loro rispondono: “ma io sono sempre in casa”.

Cioè, si crea uno specchio diverso.

E poi l’“ora d’aria” che gli italiani hanno scoperto durante il Covid, per molte donne migranti era la normalità quotidiana.

E questa cosa non è stata molto rielaborata dopo.

Anzi, oggi le donne migranti sono sempre più invisibili.

E questo mi preoccupa molto.

INTERVISTATORE:

Sì, anche mediaticamente lo sono sempre meno…

TIZIANA:

Sparite.

A un certo punto associazioni, attività, tutto… e poi silenzio.

Ne parlavo anche con una ricercatrice di Bologna che lavora sulla dispersione scolastica.

Lei osservava che le ragazze straniere o figlie di stranieri spariscono completamente dai radar.

Se sono ragazzi, se fanno qualcosa di visibile, vengono intercettati.

Le ragazze invece spariscono.

E questo è gravissimo.

Perché se non fanno rumore, non esistono.

E questo vale anche nei programmi educativi.

E poi c’è tutto il tema dell’associazionismo musulmano femminile: da un lato ragazze emancipate, dall’altro situazioni molto chiuse.

C’è un’ambiguità forte.

E anche il movimento femminista, secondo me, oggi è molto in difficoltà nel prendere posizione su questi temi, per paura di essere etichettato.

INTERVISTATORE:

Secondo te, dopo Covid e guerra, è cambiato qualcosa?

TIZIANA:

Sì, è cambiato tutto.

Sono cambiate le priorità, le attenzioni, lo sguardo.

E secondo me c’è un tema enorme di impoverimento.

Non solo economico, ma proprio umano.

Anche nelle città piccole si vede: più persone in difficoltà, meno persone in sicurezza.

E questo genera paura.

E la paura genera chiusura.

E la chiusura genera egoismo.

È un ciclo.

E poi molte attività sociali sono diventate lavoro retribuito.

Che è giusto, ma qualcosa si perde: lo spazio del pensiero libero.

Secondo me oggi manca proprio una ricchezza di pensiero.

INTERVISTATORE:

Tu ti senti cambiata dopo il Covid?

TIZIANA:

No, non direi.

Per me è stato un periodo difficile, ma anche un momento in cui si sono rotti schemi.

Ho trovato uno spazio di riflessione.

Io non ho mai una strada lineare, devo sempre adattarmi.

Quindi il Covid è stato pesante, ma anche un momento di rielaborazione.

@ivan