Fondazione Stefania. No al volontariato/turismo!

Introduzione a Fabio Bonaccina

Fabio Bonaccina è Presidente della Fondazione Stefania e direttore di uno dei suoi servizi principali. Da anni è impegnato nella progettazione di interventi rivolti alle persone con disabilità, con un’attenzione particolare ai temi dell’inclusione e del rapporto con il territorio.

La Fondazione Stefania

La Fondazione Stefania nasce nel 2006 dall’esperienza dell’Associazione Stefania (attiva dal 1971) e si occupa di servizi per persone con disabilità, promuovendo autonomia e partecipazione attiva nella comunità.

Intervista con Fabio Bonaccina

Come avete vissuto il periodo del Covid e come vi siete organizzati?

L’esperienza del Covid è stata un’esperienza importante nel senso che, al di là del trauma che ho provocato, l’isolamento e quant’altro, però è stato anche molto stimolante nel senso che, al di là del primo impatto di estrema impasse, paura e quant’altro, ci siamo poi rimboccati le maniche e sicuramente il gruppo degli operatori insieme all’organizzazione si sono attivati in funzione dei bisogni che c’erano. Il primo bisogno è stato quello di continuare a rispondere ai bisogni delle persone con disabilità, quindi di non rischiare di tenerle isolate a casa con la famiglia. Quindi ci siamo adoperati, come si sono adoperati molte delle scuole presenti sul territorio italiano, attivando delle attività di tipo digitali. Fortunatamente molte delle persone che erano iscritte ai nostri servizi avevano un computer, con qualcuno abbiamo dato l’iPad e abbiamo iniziato tutta una serie di attività di laboratori a livello digitale. Noi dal 9 di marzo al 2 di luglio siamo rimasti chiusi completamente nel 2020 e nel giro di un mese e mezzo siamo riusciti a rimodulare quasi il 100% delle attività che avevamo all’interno del circo di lunedì. Questo con una grande capacità da parte degli operatori a riorganizzarsi e a pensare alle attività che potevano essere fatte anche digitalmente. Quindi lettura di storie, anche piccoli laboratori di bricolage, momenti di plenaria, di discussioni plenarie su come si stava dal punto di vista emotivo, della gestione emotiva, delle sensazioni. E da parte delle famiglie con una grande capacità ad adattarsi all’uso dei mezzi informatici. Anche alcuni operatori che erano un po’ a secco di queste capacità si sono messi in gioco e abbiamo sicuramente superito in parte questa mancanza dell’apertura del centro. Con alcune situazioni un po’ più particolari che avevano bisogni più particolari abbiamo fatto anche delle attività a domicilio. Impese non proprio in casa ma abbiamo preso alcuni dei nostri operatori avevano dei cani quindi con la possibilità di uscire con i cani abbiamo fatto delle attività al palco con i cani quindi siamo riusciti a coinvolgere anche da un punto di vista più fisico e pratico alcune persone che avevano comunque necessità diverse che quindi anche stare in casa sarebbe stato pesante e difficile per loro. Quindi poi comunque anche all’interno della fondazione siamo riusciti a mantenere un presidio quindi la direzione era comunque aperta all’interno del centro di urlo e quindi abbiamo garantito un po’ questo osmosi tra dentro e fuori con quelli che c’erano a casa quindi ci siamo organizzati un po’ in questo modo qua.

Questa esperienza ha lasciato qualcosa nel vostro modo di lavorare?

Sicuramente è rimasta questa cosa qua insomma che allora che il centro è sicuramente un punto di riferimento quindi proprio la struttura fisica è un punto di riferimento che quindi è una base dove poter fare delle cose e può diventare cioè l’esperienza del domicilio delle attività fatte sul territorio in quel periodo lì e della digitalizzazione ci hanno detto che il centro è una base per poi fare delle attività fuori dal centro perché questo ci ha permesso di toccare effettivamente con mano il passaggio che già pensavamo, quello dell’inclusione sociale che quindi dovevamo occupare il territorio rispetto anche al fatto della possibilità di inclusione delle persone con disabilità anche sul fatto di far conoscere la realtà e di renderla sempre più parte attiva del territorio, sia attraverso la conoscenza ma anche attraverso il fatto che le persone con disabilità possono diventare una risorsa per il territorio, quindi questo concetto base è quello che ci ha permesso adesso di sviluppare i servizi verso l’esterno

Come vi siete organizzati internamente durante l’emergenza?

Poi da un punto di vista ancora del periodo del covid ci siamo organizzati con una struttura decisionale quindi già ad aprile del 2020 abbiamo creato all’interno un comitato covid che era composto dalla direzione ed alcuni operatori del centro che si occupavano di tutto quello che era la sicurezza legata al covid e che nel periodo di chiusura facevamo delle riunioni online e abbiamo organizzato e progettato il riunione, perché poi a luglio del 2020 è stata un’apertura abbastanza anticipata perché in altri centri si è posticipata poi a settembre e lo abbiamo un po’ anticipato, questo è stato chiaramente reso possibile da questo grosso lavoro fatto da questo comitato nel mercoledì covid dove appunto poi registrava tutte le cose che potevano e quant’altro e poi abbiamo costruito un patto di responsabilità con l’ATS per il rientro quindi a 3 luglio è stato fatto questo patto, è stato diciamo sottoposto all’ATS l’ATS l’ha trovato è stato condiviso con le famiglie e a poco a poco abbiamo riaperto e abbiamo reattivato tutte le attività

Che impatto ha avuto sul gruppo di lavoro?

Sicuramente durante il covid c’era un forte affiatamento e si sono viste insomma le risorse che un po’ erano nascoste si sono palesate nel senso anche della capacità di fronte a un bisogno di attivarsi il rientro il rientro poi nella routine quotidiana quindi diciamo adesso a distanza di 3 o 4 anni insomma si sono un po’ riviste quelle che sono le caratteristiche umane di fatiche, di cose quindi dopo diciamo una grossa attivazione c’è stato il momento di ritorno un po’ alle classiche dinamiche faticose insomma che richiamano un po’ quelle che sono le relazioni lavorative e quant’altro però è rimasta questa grossa diciamo volontà di provare a mettersi in discussione e rivedere i servizi in base poi anche a tutte le normative che sono uscite insomma l’esperienza del covid e a questi stimoli che arrivano dalle nuove normative si stanno mettendo molto in discussione e stanno facendo un lavoro grosso in questo momento di riorganizzazione dei servizi quindi molto meno sull’assistenziale e molto più su quello che è diciamo l’autodeterminazione, l’inclusione e le comunità di vita

Durante il Covid avete fatto qualcosa che andava oltre il vostro ruolo?

E quello che ti dicevo un po’ prima abbiamo trovato queste capacità che forse anche noi non ci riconoscevamo insomma di una capacità reattiva abbastanza veloce di un’unità di intenti, cioè che eravamo tutti per questo obiettivo di riuscire a a tenere in meno isolate possibile le persone con disabilità nel senso che comunque quella situazione le rendeva ancora molto più vulnerabili rispetto a prima quindi c’è stata davvero una mobilitazione per garantire un po’ usando un termine un po’ anche un po’ pomposo una cura democratica dare a loro la possibilità nonostante la situazione di comunque essere considerati essere ancora aiutati nel non star bene nel perseguire quel benessere che tutti le persone cercano di perseguire e quindi trovare dei mezzi alternativi rispetto a quello che fino ad ora era stato fino ad ora era stato un po’ la modalità

Com’è la partecipazione dei giovani e dei volontari?

Essendo appunto un ente che eroga servizi servizi privitati l’uso dei volontari è un po’ limitato comunque dobbiamo rispondere agli standard quindi qualche volontario c’è più che altro quando facciamo delle uscite serali a sabato o a domenica poi esistono proprio dei servizi specifici che vengono gestiti dai volontari e anche su questa cosa stiamo lavorando, dire che il covid ha aumentato questa sensibilità non mi viene da dirlo molto poco infatti diciamo che non c’è un impegno conseguente al covid però un impegno generale c’è noi stiamo cercando anche attraverso questo riferente di volontariato di incentivare e di motivare attraverso quello che è come si può dire l’attenzione verso queste persone in realtà viviamo un momento di crisi nel senso che comunque però non è legata ai giovani, io penso che sia legata in generale a questo tipo di società dove comunque quello che è cura quello che è attenzione verso le persone che hanno bisogno è un po’ più faticoso rispetto al passato anche rispetto alla nostra professione, al di là dei motivi che è sottopagata, che è poco riconosciuta socialmente, però c’è proprio una fatica insomma nell’appropriarsi di questo lavoro di cura insomma nel senso che c’è un problema più generale che è quello legato al fatto che il lavoro non è più un valore e quindi anche la relazione con quello che è il concetto di lavoro proprio il prodotto del lavoro è molto cambiato rispetto al passato una volta le persone si identificavano con il lavoro che facevano adesso molto meno quindi l’attaccamento a quello che è il prodotto è sicuramente inferiore rispetto al passato e poi la parzializzazione, la professionalizzazione del lavoro non ha aiutato insomma, quindi ci sono le categorizzazioni professionali che non aiutano soprattutto nel lavoro di cura non aiutano a prendere insieme la persona, quindi c’è più un concetto di crisi generale rispetto al passato, ma anche qua ci stiamo molto aumentando e le persone che vengono a lavorare nuove sono molto più focalizzate sulla relazione che devono intraprendere anche fra colleghi di lavoro piuttosto che l’oggetto di lavoro in sé, quindi c’è proprio un bisogno di stare insieme, di relazione col collega di attenzione al benessere personale che poco si trasferisce verso quello che è il benessere collettivo è un momento così, bisogna lavorare bisogna anche le organizzazioni devono prendersi carico di questo aspetto qua, che richiama tanta energia che però comunque è la cosa che devono fare insomma

Quali sono le principali lezioni che vi ha lasciato il Covid?

Quindi le tre cose principali sono che il centro non è più un luogo ma un processo che promuove il potere di scelta della persona, quindi una volta ci si concentrava sulle attività all’interno del centro, adesso il centro diventa quel luogo dove si fanno quei processi che permettono alle persone di uscire, di farle scegliere e di uscire dal centro e occuparsi del territorio l’altra cosa che forse non ho detto bene è il coinvolgimento delle famiglie, che questa cosa del covid ci ha permesso di vedere intanto di impegnare le famiglie in un modo più attivo rispetto al passato ma prima ci davano una delega in bianco invece col covid sono state coinvolte anche loro, e noi abbiamo visto delle dinamiche che ci hanno permesso di leggere maggiormente i bisogni delle persone, quindi anche rispetto ai legami che avevano con i loro familiari e anche qui abbiamo pensato a un coinvolgimento maggiore delle famiglie nelle attività didattiche all’interno dei servizi e poi l’altro aspetto, quello dell’inclusione che ci ha spinto di più ad adattare queste barriere sia fisiche che digitali per abitare il territorio infatti abbiamo pensato a questo progetto che è tutt’incluso dove c’è davvero una progettazione la conseguenza del covid per noi ha voluto dire aumentare, investire su questo progetto mentore questo accompagnamento maggiore, più vicino rispetto a entrare sul territorio a questo progetto non è sufficiente accompagnare la persona ma occorre creare nel territorio delle occasioni e le occasioni le crei facendo conoscere le persone e facendo capire che anche le persone con disabilità possono diventare delle sue e quindi lavorare un po’ su di stereotipi e tutto quanto questo è interessante infatti se non c’è un cambiamento di questo genere alla fine si possono creare mille occasioni benvengano però non si riesce a salvare da soli il mondo noi diciamo che le occasioni le creiamo però alla fine diventi turista dell’inclusione non sei parte attiva dell’inclusione quindi esci vai, vedi delle cose che gli altri fanno ma non le partecipi quindi anche il fatto di collaborare con le associazioni vuol dire che ad esempio c’è la festa degli alpini noi vogliamo partecipare anche all’organizzazione della festa degli alpini quindi un gruppo di educatori con un gruppo di persone con disabilità partecipano però anche alle riunioni di organizzazione non arrivare all’evento e far vedere che esistiamo che siamo degli spettatori ma anche noi prendiamo dei ruoli partecipiamo all’organizzazione quindi le persone con disabilità possono servire i tavoli possono stare dietro il bancone chiaramente con i loro limiti e capacità ma anche loro con un ruolo attivo sia nell’organizzazione che nel realizzare l’attività

@ivan :smiling_face: