Pane quotidiano - anche nelle grandi città c’è chi non resta indifferente

Pane Quotidiano è un’organizzazione apartitica e senza scopo di lucro fondata a Milano nel 1898. Fornisce quotidianamente cibo gratuito, e spesso anche vestiti, a chiunque ne abbia bisogno, senza alcuna discriminazione né requisiti. Gestisce due principali punti di distribuzione, in Viale Toscana e in Viale Monza, servendo ogni giorno tra le 3.500 e le 4.500 persone. Tra i suoi utenti figurano persone vulnerabili, famiglie, anziani, lavoratori a basso reddito e un numero crescente di italiani in difficoltà economica.
Sostenuto da produttori alimentari, aiuti europei attraverso la GEA, donatori privati e volontari, Pane Quotidiano distribuisce beni di prima necessità come pane, pasta, latte e cibo in scatola. Gran parte del cibo proviene da eccedenze, combinando la lotta contro lo spreco con un approccio incentrato sulla dignità. In una città come Milano, caratterizzata da un alto costo della vita e da profonde disuguaglianze, Pane Quotidiano svolge un ruolo cruciale come rete di sicurezza laddove i servizi pubblici da soli non riescono a soddisfare tutte le esigenze. In oltre 125 anni, è diventato un pilastro dell’ecosistema del volontariato milanese e una delle risposte di base più visibili alla povertà.
Claudio Falavigna, volontario dell’organizzazione da molti anni, ora coordina l’impegno dei volontari.


Marta:
Come ti ho raccontato, uno dei focus di INTERFACED è proprio capire come organizzazioni come quella di cui fai parte, in cui operi, abbiano affrontato il periodo del Covid e siano riuscite non solo a resistere, ma a volte perfino a servire ancora di più. Hai voglia di raccontarmi come hai vissuto quel periodo e com’è stato per voi? Poi ti farò anche altre domande.

Claudio:
Volentieri. Innanzitutto, io ho iniziato a collaborare con il Pane Quotidiano nel 2016, quindi qualche anno prima del Covid. Quando si è verificata questa, purtroppo, enorme pandemia, noi abbiamo chiuso, credo l’8 marzo, il giorno della Festa della Donna. Abbiamo chiuso il Pane Quotidiano agli ospiti, ma non alla ricezione del cibo.

Questo perché da un lato non potevamo fare la distribuzione, e dall’altro non eravamo strutturati per andare a domicilio degli ospiti bisognosi. Anche perché da noi arrivano oltre 4.000 ospiti al giorno: era praticamente impossibile organizzare un servizio del genere. Quindi utilizzavamo il cibo che ci veniva donato dai produttori per distribuirlo alla Croce Rossa e alla Protezione Civile, che invece erano strutturate per svolgere quel servizio fondamentale verso chi aveva davvero bisogno. In quel periodo abbiamo ricevuto molto cibo e lo abbiamo destinato interamente a queste due strutture.

Poi, intorno al 10-15 giugno, abbiamo riaperto, ovviamente con tutta una serie di cautele. Non facevamo più la distribuzione diretta da persona a persona. All’ingresso, dove ci sono i cancelli, avevamo sistemato dei tavoli; su quei tavoli mettevamo i sacchetti già confezionati, e l’ospite passava e prendeva il proprio sacchetto. In questo modo non c’era contatto e si garantiva una forma di protezione sia per noi volontari sia per gli ospiti.

Per quanto riguarda il cibo, il Covid, pur essendo stata una tragedia e non certo qualcosa di positivo, ci ha dato anche un vantaggio: ci ha permesso di acquisire un numero maggiore di fornitori e una maggiore attenzione da parte dei social, da parte di chi in qualche modo può dare visibilità alla nostra struttura e ad altre che si occupano di fragilità, in questo caso alimentare. Quindi abbiamo potenziato il numero dei nostri sostenitori.

Questa cosa è poi continuata nel tempo. Dopo qualche mese abbiamo ripreso la distribuzione abituale, che oggi avviene attraverso un percorso transennato: gli ospiti entrano nella nostra struttura, ci sono i tavoli, sopra i tavoli c’è il cibo previsto per quel giorno, e il volontario depone nel sacchetto dell’ospite gli alimenti assegnati. Questa è la dinamica operativa.

È importante sottolineare l’attenzione che abbiamo ricevuto: da molti produttori, da molti donatori, ma anche da gente comune che veniva in macchina a portarci cibo o abiti. Noi distribuiamo anche gli abiti, perché chi ha difficoltà economiche non le ha solo per il cibo ma anche per il vestiario. Per questo quasi ogni giorno, ormai da qualche anno, facciamo anche distribuzione di abbigliamento.

Inoltre, questa pandemia ci ha ulteriormente avvicinato ai nostri ospiti. Hanno apprezzato il nostro impegno, la dedizione e anche i rischi che abbiamo corso. Perché comunque il Pane Quotidiano continuava a funzionare: c’erano dei dipendenti, c’erano alcuni volontari autorizzati a gestire le entrate del cibo e lo smistamento verso Croce Rossa e Protezione Civile. Tutto questo ci ha avvicinato ancora di più a loro.

Legami di solidarietà e organizzazione

Marta:
Erano legami che prima non esistevano, o comunque non erano così forti?

Claudio:
Esatto, ci ha avvicinati ulteriormente. Sicuramente gli ospiti ci vogliono bene. Noi, ovviamente, non siamo psicologi né facciamo nulla di eccezionale: siamo soltanto volontari. Però cerchiamo, oltre al cibo, di regalare a questi nostri ospiti qualche secondo di serenità: un sorriso, una pacca sulla spalla, una battuta, magari l’ascolto di un dolore.

Senza fare demagogia, a volte si tratta anche di asciugare qualche lacrima. Perché il nostro ambiente, purtroppo, non è frequentato dai bocconiani, con i quali pure siamo confinanti, ma da persone che vivono problematiche, fragilità, sofferenze, dolori sia diretti sia indiretti. Tutto questo ci ha ulteriormente avvicinati, ha stretto ancora di più i legami e ha fatto crescere la confidenza e la fiducia, che sono cose molto importanti.

Marta:
Con gli ospiti, ma anche con le altre associazioni del territorio avete fatto un po’ rete, un po’ unione?

Claudio:
No, perché la nostra è un’associazione che funziona esclusivamente attraverso donazioni dirette. Non abbiamo collegamenti con la Regione, con il Comune o con la Chiesa. Il Comune ci ha concesso il terreno per 99 anni dove siamo in viale Toscana, e naturalmente ne siamo grati, ma non riceviamo sovvenzioni o aiuti diretti.

L’unico aiuto importante ci arriva tramite la Comunità Economica Europea, attraverso la GEA, che sostiene attività come la nostra, organizzazioni che si occupano del problema alimentare. Circa il 30-35% del cibo che distribuiamo ci viene donato direttamente da questa organizzazione: pasta, olio, caffè, scatolame, dolci, brioche, zucchero, fette biscottate, davvero tante cose. Nella distribuzione attuale rappresenta circa il 35% del totale; il resto proviene quasi esclusivamente dai produttori.

Bisogna pensare ai numeri che abbiamo: 4.500 ospiti al giorno. Questo vuol dire, nel 2025, circa 1.450.000 sacchetti di cibo. Bisogna immaginare quanta pasta, quante scatole di fagioli, quanto latte servano. Abbiamo bisogno che i produttori ci sostengano con quantitativi importanti.

Facciamo anche tre raccolte alimentari, ma servono soprattutto a dare visibilità e a raccogliere cibo; da sole non bastano a mantenere il servizio che garantiamo. Pensa che oggi, per esempio, quando abbiamo distribuito il latte, abbiamo dato via 4.300 litri di latte, e il latte è solo una delle voci del menù.

Marta:
Nella vostra organizzazione interna è cambiato qualcosa, o anche nel mood con cui fate questo lavoro, dopo il Covid?

Claudio:
Sicuramente ci ha condizionati in positivo. Ci ha aiutati a migliorare l’organizzazione interna, a gestire meglio i rifornimenti e a coinvolgere ancora di più i nostri donatori.

Noi viviamo su pochi pilastri, e uno di questi è proprio il donatore, inteso come il produttore di pasta, di olio, di latte, che ci dona il cibo. Quel periodo, quella pandemia, ci ha messo ancora più in contatto con loro e ci ha permesso anche, internamente, di organizzarci meglio.

Dobbiamo fare i conti con un’organizzazione che si autosostiene. Abbiamo un numero ridotto di dipendenti, cerchiamo di contenere i costi dove possibile e viviamo grazie a donazioni importanti della gente comune, che arrivano tramite PayPal, bonifici, visite dirette alle nostre due sedi, oltre che attraverso donatori più grandi.

E poi c’è una cosa importante che stavo dimenticando: una delle scelte che il Covid ci ha spinto a fare, e che oggi è diventata strutturale, è la consegna dei pacchi a domicilio agli invalidi civili al 100%.

Ogni settimana, con quattro furgoni e otto volontari, cioè un autista e un “navigatore” per ciascun mezzo, consegniamo pacchi a domicilio. Oggi raggiungiamo già 300 invalidi civili alla settimana. Lo abbiamo fatto anche nel periodo post-natalizio: non abbiamo chiuso per quindici giorni, abbiamo continuato a sostenerli, perché puoi ben immaginare quanto sia difficile per un invalido al 100% procurarsi il cibo. È davvero un aiuto importantissimo.

Marta:
Quindi è nato durante il Covid e poi avete deciso di proseguirlo?

Claudio:
Esatto. È nato come idea durante il Covid e poi si è sviluppato. Anche grazie al contributo di aziende che ci hanno dato un sostegno economico, perché abbiamo dovuto aumentare il numero dei furgoni e questo comporta costi importanti. Insieme a loro abbiamo potuto mettere in piedi questa iniziativa davvero lodevole.

Solidarietà come pratica educativa

Marta:
E invece nella tua esperienza personale, anche come volontario, hai cominciato a viverla in maniera diversa? Com’è stato per te quel periodo?

Claudio:
Sicuramente è stato un periodo di dolore. Come la quasi totalità degli italiani, sono rimasto chiuso in casa. Nel 2019 ero già vicino ai 70 anni e mia figlia aveva il terrore che potessi contagiarmi. È stato un mese e mezzo di vera sofferenza.

Allo stesso tempo, però, io sono per natura ottimista e positivo, quindi non mi sono lasciato prendere dallo scoraggiamento, dal panico o da altro.

Quando sono rientrato, sono tornato con ancora più entusiasmo, più voglia e più attenzione, soprattutto nei confronti dei nostri ospiti e anche tra noi volontari. Questo è stato un aspetto davvero molto bello: si è creata un’armonia iper-costruttiva che ci consente, da un lato, di lavorare bene insieme, e dall’altro di stare insieme anche in momenti extra. Ci vediamo ogni tanto a cena, e due o tre volte l’anno facciamo una cena di tutti i volontari. Abbiamo stretto rapporti meno formali e più strutturati, legati all’attività che svolgiamo.

Noi facciamo anche una cosa particolare, che per noi è team building: vengono tre, quattro, cinque, qualche volta anche sette o otto dipendenti di aziende, stanno con noi mezza giornata e si mettono al servizio degli ospiti. Distribuiscono, confezionano il pane, si danno da fare e sono bravissimi. Fanno loro i volontari con noi.

Poi, da un po’ di tempo, abbiamo anche avviato le visite nelle scuole. È ancora una cosa embrionale ed estemporanea, non organizzata in modo periodico, ma ci tengo particolarmente. Se posso dare un contributo, è proprio quello di spiegare ai più giovani, a chi ha tanta strada davanti, che cos’è la solidarietà, come la si può manifestare e come la si può vivere.

In questi momenti, in queste mezz’ore che ci vengono concesse per presentare il Pane Quotidiano nelle scuole o nelle aziende, cerco sempre di focalizzare questo aspetto della solidarietà, che si manifesta in tanti modi.

E da questa attività possiamo poi anche collegare raccolte alimentari presso scuole e aziende. Alcune aziende, per esempio, hanno organizzato di loro iniziativa una raccolta alimentare in due supermercati. A febbraio sarò al liceo Einstein a presentare il Pane Quotidiano. Prima di Natale sono stato in due scuole, una addirittura con bambini di prima, seconda e terza elementare: è stata un’esperienza meravigliosa. E poi abbiamo fatto anche la raccolta alimentare.

Quindi c’è una doppia valenza: una culturale ed etica e una materiale. Mettiamo insieme le due cose, perché purtroppo noi abbiamo bisogno anche del pane, del latte, dell’olio, e non dobbiamo vergognarci di chiederlo.

Milano, il volontariato e la città dopo il Covid

Marta:
Perfetto, è molto bello. Anche la parte sulle scuole è molto interessante e infatti te l’avrei chiesta. Ti faccio un’ultima domanda, anche in vista del fatto che ci sarà uno studio europeo. Mi incuriosisce molto il contesto di Milano. Che cosa vuol dire fare un’attività del genere dentro Milano? E tu vedi cambiata la città di Milano dopo il Covid, nel mood generale?

Claudio:
Io ho sempre avuto una grande stima e un grande amore per la mia città. Anche se sono nato in provincia di Mantova, mi sono trasferito qui a un anno e mezzo. Oggi ho 73 anni, quindi vivo a Milano da 71 anni e mezzo. Certo, mi sento anche cittadino del mondo, perché per fortuna il lavoro mi ha portato in giro e mi ha aperto l’orizzonte. Ho perso quella provincialità di chi vive soltanto nella propria via, nel proprio condominio.

Ho una grande stima di Milano perché, secondo me, prima di tutto è la capitale del volontariato. Non che a Roma, Bologna o Firenze non ci siano organizzazioni, ma a Milano, per la mia esperienza, non puoi morire di fame. Un pasto caldo lo puoi sempre avere. Questo non vuol dire che si risolvano tutti i problemi: rimani con le tue fragilità, con tutto il resto. Ma un aiuto, a Milano, lo trovi sempre.

Ci sono tantissime organizzazioni, laiche ed ecclesiastiche, legate al Comune o alla Regione, che si attivano proprio per venire incontro a queste criticità. Dal mio punto di vista, Milano è sempre più attenta rispetto ad altre città a queste situazioni. Non voglio entrare in ambiti che non mi competono o non mi interessano: lo dico semplicemente per quello che sento e percepisco. Io percepisco un’attenzione importante, crescente, che non si è esaurita dopo il Covid.

Il Covid è stato, purtroppo, un trampolino di lancio, ma ha anche contribuito a mantenere alta l’attenzione, e questo permette alle organizzazioni di beneficiare di una situazione positiva.

Ne è prova il fatto che il Comune, solo qualche anno fa, ci ha dato questa opportunità dei 99 anni sul terreno. Abbiamo così potuto fare i lavori nella sede, ristrutturarla, creare spazi adeguati. Questo è un esempio, ma sicuramente ce ne sono altri per altre organizzazioni.

Devo dire la verità: io su Milano non sono affatto negativo.

Marta:
Ottimo. Ci sono sempre tante voci su Milano, nel bene e nel male, e ci tenevo ad avere anche la tua opinione.

Claudio:
Io parto da un presupposto: con l’età e con l’esperienza ho imparato ad andare oltre lo slogan, la battuta, il flash, il titolo di giornale o di una trasmissione, e ad approfondire.

Ti faccio un esempio banalissimo: adesso si discute molto dei grattacieli di Milano. Ma Milano, rispetto alle grandi capitali del mondo, è ridicola come numero di grattacieli. Poi è chiaro che altro discorso sono le procedure, il rispetto delle regole, tutto questo. Ma trovo che certe discussioni siano a volte di una banalità totale, mentre nel frattempo tutto il resto continua a muoversi.

Io vivo in zona Porta Romana. Grazie anche alle Olimpiadi hanno sistemato questa zona in maniera meravigliosa, come anche le altre. Per me Milano è sempre stata molto attenta, anche con amministrazioni diverse: non è una questione di colore politico. C’è sempre stato un movimento, un dinamismo positivo. Quindi io sono pro Milano.

Marta:
Ottimo, averlo anche dal tuo punto di vista è importante. È sicuramente un punto di vista speciale. Poi, come hai detto tu, è un punto di vista; altri magari hanno opinioni diverse. Però anch’io vedo la ristrutturazione.

Claudio:
Io abito in una zona, non so se la conosci, corso Lodi, che arriva fino a piazza Corvetto e Gabriele Rosa, dove purtroppo ogni tanto succedono fatti spiacevoli. Però corso Lodi non ha più una casa o un condominio che non siano stati ristrutturati. È stato rifatto il viale interno, che prima era un brutto parcheggio e adesso ha un po’ di verde, la pista ciclabile, le panchine.

Poi si può criticare, si può dire tutto e il contrario di tutto, si può sempre fare di meglio. Ma ci sono anche i cittadini che si danno da fare. Ci sono aiuole, per esempio, gestite da un gruppo di abitanti di corso Lodi.

Io e mia figlia facciamo parte di una chat; puliamo il giardino una volta al mese, quello dove abita anche Lendia Bacchiglione, praticamente dove abito anch’io. Per dire: ci sono tante iniziative davvero valide.
Anche se è una grande città, è comunque fatta di persone.

Marta:
Esatto, esatto. Ottimo, allora io ti ringrazio tantissimo, direi che ci siamo.

Claudio:
E poi io ti aspetto un giorno al Pane Quotidiano.

Marta:
Sì, assolutamente. Non sono di Milano ma non sono così lontana, quindi verrò sicuramente a trovarvi.

Claudio:
Quando sei in zona mi farà molto piacere conoscerti di persona.

Marta:
Assolutamente sì. Grazie mille davvero.

Claudio:
Un abbraccio, Marta, e buon lavoro.