Allora ti leggo il consenso. Ti spiego brevemente di cosa si tratta questa intervista e ti chiedo il consenso a partecipare, che mi puoi dare verbalmente. Questa intervista fa parte del progetto Interfaced, finanziato dalla Commissione Europea, che studia come la cittadinanza ha partecipato alla politica dopo il Covid-19. La ricercatrice principale è la dottoressa Veronica Davidov dell’organizzazione Edgeryders. La conversazione verrà registrata e pubblicata con uno pseudonimo sulla piattaforma online di Edgeryders, dove sarà analizzata insieme a quelle delle altre partecipanti. Il tuo nome reale non apparirà da nessuna parte. La partecipazione è completamente volontaria, puoi interrompere in qualsiasi momento o ritirare il consenso in futuro senza conseguenze. Lo puoi fare contattando me o la ricercatrice all’indirizzo veronica@edgeryders.eu. Confermando di voler partecipare dichiari anche di avere più di diciott’anni. Sei d’accordo a procedere?
Sono d’accordo a procedere.
Daje. Allora, una domanda di riscaldamento — ti va di raccontarmi la prima volta che pensi di esserti avvicinata alla politica, in una forma o nell’altra?
Sicuramente già durante il liceo ho sempre sentito, fin da adolescente, un po’ un’attrazione per il tema delle rivendicazioni sociali — però questo non aveva ancora veramente messo le radici nella mia vita. E quindi direi che il momento in cui ricordo di più questa presa di coscienza è stato in Erasmus nel 2014. Facevo l’università, e lì ho avuto proprio un’illuminazione. Ho conosciuto il femminismo, il transfemminismo, l’antispecismo, tutta una serie di tematiche che sento essere più affini con me, nel senso che mi attraversano di più. E quindi direi che è stato un po’ un nuovo posto, una cultura diversa, e questo l’ho portato poi qui. L’ho sentito dopo veramente più presente nella mia vita, proprio come visione del mondo e delle strutture.
Ti va di raccontarmi un po’ quali sono state le modalità di partecipazione alla vita politica nel corso della tua vita?
Tendenzialmente molto quello che si tratta di partecipazione in strada. Cioè, se penso alla costante di attivismo tra virgolette che posso aver fatto nella mia vita, quello più concreto e atto fisico è quello di manifestare, essere in piazza, esibirsi — poi comunque anche in un certo senso il mio lavoro, quindi metterci il corpo in un certo senso.Non mi reputo per forza, non mi sento una persona estremamente attivista in un senso di organizzazione e di azioni politiche in senso stretto. Però, lavorando nella cultura negli ultimi anni, li vedo un po’ collegati — il discorso politico e quello della cultura — soprattutto negli ultimi tempi. Perché sento che comunque c’è sempre stato un calo, negli ultimi venti-trent’anni, di investimento nella cultura in un senso politico, satirico e libero di esprimersi, rispetto ad altri paesi anche solo europei.Quindi questo — lavorando nel teatro ho realizzato che questo tipo di lavoro è di per sé già un atto politico, perché porti dei messaggi in scena che hanno un valore politico e che auspichi far suscitare qualcosa nel pubblico, un orizzonte in un certo senso.Poi vabbè, non è soltanto questo il modo in cui sento di poter fare attivismo. Sicuramente anche nelle interazioni sociali più strette — per quanto riguarda il mio attivismo quotidiano — è anche semplicemente non ridere a delle battute machiste, o far notare determinati atteggiamenti, o non riprodurre determinate dinamiche. Quindi forse il mio attivismo è un po’ più privato, non so come dire. Più che gruppi o assemblee, cioè non ho mai avuto tanto una presenza in questi ambienti.
E in relazione al lavoro che fai, al teatro ma non solo — cosa significa per te utilizzare il proprio corpo per fare politica, per partecipare, per mandare un messaggio?
Sicuramente è anche un performare il corpo in maniera diversa. Non soltanto in senso teatrale, ma anche esprimere nel modo in cui si abita uno spazio. Non so come esprimere questa cosa — mi devi rifare la domanda.
Come dire — ci sono persone che fanno attivismo digitale, altre che scendono principalmente in strada, altre che si esprimono artisticamente in varie modalità. Sono interessato, visto che hai parlato di utilizzare il proprio corpo come mezzo di politica — cosa significa per te, qual è il valore di utilizzare il proprio corpo, secondo te secondo la tua percezione e la tua esperienza?
Perché secondo me non possiamo prescindere la mente dal corpo, e lo trovo un atteggiamento molto occidentale — che non vuol dire che lo giudico, però — di dimenticarsi di avere un corpo, che ha delle sensazioni, che vuole o non vuole un abitarsi presente. Cioè, è molto difficile — soprattutto per me, anche caratterialmente tendo a stare molto nella testa — quindi il corpo come, in primo luogo, presa di presenza. E poi anche per l’interazione con l’altro, perché per me tanto degli ostacoli che si incontrano nell’attivismo — e non solo dei tempi di adesso — è che siamo tutti molto legati al digitale e ci dimentichiamo come guardarsi, come incontrarsi, come parlarsi.
Quindi un po’ lo reputo in questo senso il corpo. E dall’altro anche come scardinamento di alcune imposizioni — come un gioco, cioè una cosa che può avere mille sfaccettature e può agire in mille modi diversi: dal giocare col genere all’essere in piazza, dal vestirsi in un determinato modo o un altro.
Forse lo intendo anche un po’ come espressione di genere, come seconda parte del “perché il corpo”. E poi perché ho fatto un percorso di teatro fisico, che è molto legato proprio all’utilizzo del corpo e alla consapevolezza di esso — cioè di cosa esprime senza dire niente. Che è molto coerente anche con tutto il linguaggio non verbale, molto a che fare anche con le prevaricazioni machiste, sessiste, eccetera — lo vedo connesso in questo senso.
Passando un po’ ai temi — hai parlato di vari problemi: quello sociale, il machismo, il razzismo. Perché questi temi ti hanno portato a un’attivazione da parte tua negli anni? C’è stato un momento specifico, o una maturazione progressiva nel tempo?
Ma sicuramente progressiva nel tempo, e a crescere — cioè sempre di più. Secondo me anche il non sentirmi, non volermi sentire adeguata a un contesto — come può essere crescere nel Veneto leghista, o comunque non per forza leghista ma con un assetto molto sul lavoro, la produzione, il “sì è quel che si fa” eccetera. È stato anche un modo per svincolarmi da questo, cosa che è successa poi uscendo da quella realtà. Però sento che è stato anche forte perché mi appartiene, no? Cioè comunque apprendiamo cose senza volerlo, e inconsciamente abbiamo una narrazione non nostra che però influenza il nostro sguardo verso fuori.
Quindi soprattutto parte dal riconoscere i miei privilegi e tutto il lavoro che ho ancora da fare. Oddio, non so se ho risposto alla domanda.
Ma sì, sì. Per caso — la pandemia, il Covid, il lockdown — hanno rappresentato per te un momento di maggiore attivazione dal punto di vista della partecipazione alla vita politica in senso ampio? Oppure no, non è successo niente di diverso rispetto a quello che magari stava già maturando prima?
Non lo so, mi viene da dire come prima risposta che l’ha accentuato. Forse perché per come è stato vissuto in Italia il periodo della pandemia — è stato molto “ci sono delle leggi, delle regole molto rigide”, senza giudicare se è giusto o sbagliato — e secondo me questo ha portato per forza a un viaggio, un dialogo, uno scontro sociale. C’erano le fazioni, cioè si è polarizzata la gente molto.
E quindi è come se io, in post-Covid, riconoscessi quel momento come una presa di posizione netta — ma senza dimenticare mai le sfumature, perché il Covid è stato secondo me quel momento di svolta. Al di là dei complottismi, quell’evento sociale e storico ha creato terreno fertile per le polarità: o uno buono e uno cattivo, il bene e il male. E questo per me è il dramma — quello che mi spaventa di più a livello politico, culturale, storico, non so se è solo più politico.
E quindi sì, il Covid sento che adesso, col senno di poi, mi ha insegnato questo. In quel momento lì è stata una catastrofe per me, perché avevo appena finito la formazione di teatro — era il mio ultimo anno alla scuola di teatro, stavo per realizzare degli spettacoli, avevo quasi una settimana di prove — ed è scoppiata la pandemia. E da lì tutto quel fermento creativo, quella voglia di fare, di esprimere, di fare il mio atto politico che era arte, era teatro — quella cosa è stata totalmente cancellata, invalidata. E io sento che mi ha segnato un po’: da un lato una spinta, dall’altro una resa, a livello più particolare rispetto al teatro.
Perché il teatro, per come lo intendo — che è il contatto col corpo, l’incontro dell’altro — è stato chiaramente l’ostacolo più grosso all’incontro dell’altro, il fatto che si doveva stare tutti da soli, con gli schermi così. Quindi boh. Sì, col senno di poi ha un senso e capisco cosa mi ha insegnato — a livello di posizione politica, cioè di non dimenticarsi tutti gli agenti del gioco e non soltanto la narrazione “Marvel” del buono e del cattivo. E allo stesso tempo però un individualismo forte, che secondo me ha invitato molto.
Quindi in qualche modo dopo il lockdown c’è stata una ripresa — sei riuscita a riprendere un po’ questa dimensione, c’è stato un senso di “okay, adesso è arrivato il momento in cui mi posso mettere in gioco col teatro”?
Deve ancora arrivare. Chissà se arriverà o se non arriverà — sto cercando di capirlo, sono in una fase così. Però sì — pensando specificatamente al lockdown, al Covid, ai Green Pass eccetera: in quel momento io ero una militante, una criminale politica, una terrorista, perché non mi sono vaccinata, non volevo vaccinarmi, e non potevo prendere gli autobus, ho avuto ben il trattamento. Comunque a livello politico sono diventata militante senza esserlo, senza averlo scelto. Ho avuto una scelta che mi è sembrata subito diventare una cosa enorme.
Per quello di cui poi è diventato polare, da lì — o stai da una parte o stai dall’altra. Che sì, okay, è giusto essere radicali e prendere delle posizioni nette, ma non si rischia di essere ottusi?
Prima hai parlato di polarizzazione, di dicotomia tra giusto e sbagliato, buono e cattivo. Secondo te, quale funzione può avere il teatro — ma anche altre forme di partecipazione politica alla vita pubblica — per far dialogare soggetti che stanno su fronti opposti dello spettro politico, mantenendo però quelle posizioni solide, radicali, che portano il mondo avanti?
Come facciamo, tramite queste forme di partecipazione — teatro e altro — a mantenere una posizione forte e radicale, e al contempo mettere in dialogo due poli che solo dialogando possono portare avanti una determinata causa? È una domanda forse un po’ complessa, a cui avrei difficoltà anch’io a rispondere.
Mi piacerebbe saperlo. Secondo me prendendosi cura — anche se questa parola è ormai scialacquata e non ne posso più — però magari è: dare spazio, pretendere spazio. Ora posso portare un esempio concreto, perché mi è venuto in mente questo. Abbiamo fatto un festival a Torino, quattro giorni di attività — laboratori, corsi, open mic eccetera — tre compagnie e collettivi misti: noi, Chandrama e Le disgraziate, che sono altri due collettivi di Torino.
Ed è successo questo episodio — non l’ho visto ma me l’hanno raccontato, e poi ci abbiamo anche riflettuto insieme in una talk — durante l’open mic, dove avevamo dato la possibilità a chiunque di prendere il microfono e raccontare quello che voleva, leggere qualcosa, eccetera. In un contesto di un circolo Arci dove viene gente anche solo per mangiare, non lì solo per il festival, ha preso il microfono quest’uomo con una figlia e ha iniziato a fare un monologo molto lungo con una narrazione — io non c’ero, quindi non lo so — però che mi hanno riportato essere un po’ “mia figlia, mia moglie”, lui raccontava il parto come se fosse suo. A suo modo, forse avremmo potuto anche non dargli questo spazio, però allo stesso tempo — a parte che la dinamica non è stata tanto quello che ha raccontato, ma il gruppo, l’effetto branco degli amici che hanno voluto un po’ invadere questo spazio. Come se fosse da invadere — non c’è bisogno di invaderlo, siamo qua tutti insieme.
E lì ci siamo poste questa domanda, e in effetti la risposta non è una sola — o ce ne sono più di una forse. Potrebbe essere molto diretta, del tipo “ti tolgo il microfono, basta” — che può portare uno scontro, però. Un dialogo può essere…
(breve interruzione tecnica)
Quello che pensavo — che può avere in comune col teatro — è raccontare una storia. Cioè, io ti faccio riconoscere in un personaggio di una storia che ti racconto e trai tu le tue conclusioni. Se c’è curiosità e voglia di farsi delle domande nasce un confronto. Se questa curiosità non c’è, non vado neanche a cercarla di fare azione politica lì.
Per stare bene io, insomma. Forse perché non sono capace — penso che ci siano tante persone che riescono a fare questa cosa nel modo migliore. A me risucchia l’anima andare a cercare un dialogo con un muro, non ne ho gli strumenti. Vorrei averli e spero che ci siano persone che ce le abbiano.
Però secondo me la cosa bella, alla fine, di questo episodio è stato che comunque noi abbiamo lasciato spazio, abbiamo fatto le nostre considerazioni, e non si è creato per forza né uno scontro — purtroppo neanche un dialogo — però non c’è stata una cosa estremamente violenta. Non è esploso niente. Abbiamo riconosciuto tutte la cosa, probabilmente anche loro, perché lo vedi dalle facce che fanno le persone che ti ascoltano, no?
Forse sono un po’ più di ascolto quello che può portare veramente un’azione politica a dare dei frutti. Cioè se abbiamo voglia di metterci ad ascoltare.
Quindi tu dici: al di là di come la pensiamo diversamente, se c’è ascolto in qualche modo un terreno comune — o almeno una scintilla di terreno comune — si può trovare, una curiosità.